La causa contro Facebook: non sempre vince il più grande

A cura di Sofia Davalle

Facebook è una delle più importanti aziende di social network al mondo e dopo la sua nascita si è affermata nel mercato mondiale con un successo senza precedenti.
Ma, nonostante la sua ottima reputazione e fama, il colosso statunitense è stato recentemente condannato dalla Corte d’Appello di Milano
a risarcire 3 milioni e 800 mila euro ad un’azienda italiana.

La vicenda vede come protagonista la società di sviluppo software e Media Agency Business Competence, con sede a Cassina De’ Pecchi nel milanese. Nel 2012, l’azienda lanciò l’app Faround, un’applicazione che, tramite la geolocalizzazione, consente agli utenti di individuare negozi, locali, ristoranti di loro interesse e vicini.

In seguito allo sviluppo di tale progetto, la società sarebbe dovuta entrare a far parte del gruppo Facebook, a cui aveva presentato la nuova applicazione.

Pochi mesi dopo, però, il colosso di Zuckerberg ha introdotto la funzionalità Nearby per trovare i propri amici nelle vicinanze sulla base della loro posizione geografica e il cui concept e format erano identici all’app Faround, ad eccezione della grafica.

Subito dopo essersi resi conto del fatto, la Business Competence ha deciso di fare causa a Facebook, avventurandosi in un ambito ancora poco conosciuto: il diritto d’autore in rete.
Ma, nonostante il terreno poco battuto, il tribunale ha riconosciuto il fatto e nell’agosto 2016 ha condannato in primo grado Facebook; condanna confermata nel 2018 in Corte d’Appello.

Inizialmente, i giudici di primo grado della sezione specializzata hanno riconosciuto alla Business Comptetence un danno di 350 mila euro e hanno disposto a carico di Facebook 90mila euro di spese legali a favore della società italiana e il rimborso dei consulenti tecnici della stessa. In secondo grado, la sentenza del tribunale è stata parzialmente modificata, condannando Facebook a risarcire ben 3 milioni e 800 mila euro.

Per la Corte, infatti, non esistono prove che «Nearby Places fosse stata sviluppata in modo autonomo da Facebook rispetto a Faround».

La vittoria della causa da parte della Business Competence non è affatto scontata se si pensa che il diritto d’autore in rete è un ambito ancora poco regolamentato.

La normativa, originariamente scritta per le produzioni materiali e non digitali, non è facile da applicare quando si tratta di opere digitalizzate.

La vicenda dimostra in maniera inequivocabile la necessità di una normativa più stringente in tema di opere digitali, con un atteggiamento che non può continuare ad essere giuridicamente imitativo – rifacendosi a norme già esistenti su temi affini – ma che deve essere totalmente calibrato sulle peculiarità rappresentate dagli ambiti da tutelare.

Fonti:
Ansa,
Il Giorno